domenica 5 luglio 2009

Minzolini, silenzio e non silenzio


Chi è Augusto Minzolini, ovvero il nuovo direttore del TG1? era un giornalista politico "d'assalto", lavora dal 1983 per Panorama, e dal 1990 anche come inviato per La Stampa; qui il 22 marzo 1994 (stranamente, poco prima delle elezioni politiche) pubblica questo articolo in cui praticamente mette in bocca a Luciano Violante (allora presidente della commissione Antimafia) parole che non ha mai detto: gli fa dire ad esempio che Alberto Dell'Utri, fratello di un più noto Marcello, era coinvolto in un'inchiesta insieme a Nitto Santapaola, noto mafioso. Violante negò tutto e denunciò Minzolini, ma non bastò; fu costretto a dimettersi. Quell'anno il centrosinistra perse le elezioni. Due anni dopo, il 3 maggio 1996, La Stampa pubblica a pag. 2 questo trafiletto striminzito, di cui cito

"L' articolo, nella parte in cui attribuisce a Violante dichiarazioni su Dell' Utri, fu frutto di impressioni soggettive determinate da malinteso all' interno di una conversazione su altro soggetto"
...infatti nel famoso vocabolario Minzolini si legge
  1. giornalismo: pratica di influenzare l'opinione pubblica durante il periodo elettorale mettendo in giro notizie false, basate su impressioni soggettive, riguardanti i politici della fazione avversa a quella del giornalista.
  2. giornalismo: per estens. tutto ciò che pensa o scrive chi sia riuscito ad accaparrarsi in qualche modo il titolo di giornalista.
  3. minzolinismo: forma di giornalismo che si basa sulla raccolta di dichiarazioni anche informali di uomini politici, senza alcuna verifica delle informazioni raccolte (quest'ultima non è una battuta, questo termine esiste davvero...)
Anche per questi meriti, nel 1997 Carlo Rossella (altro giornalista imparziale) lo promuove editorialista.

Ma torniamo al presente (o meglio al passato prossimo). Il 20 maggio 2009 viene eletto direttore del TG1, contro il parere dei tre rappresentanti del centrosinistra che dichiarano la nomina "irricevibile". Quante storie, sta sinistra! perché mai sarebbe irricevibile?
Beh leggiamo questa pagina, dove vengono citate alcune "perle" degli articoli del Minzolini, sempre tratte dalla Stampa e da Panorama; oppure leggiamo quest'altro bell'articolo, "Silvio, l'amico di sempre", dove (ai tempi dell'ultimo governo Prodi) paragonava i freddi rapporti di George W. Bush con Prodi (che -uffi!- non voleva collaborare con la guerra in Iraq) con il caloroso affetto che lo unisce a Silvio Berlusconi.
Oppure leggiamo semplicemente la pagina su Wikipedia.

Augusto Minzolini è un uomo totalmente sedotto da Berlusconi. Lo adora, e farebbe qualsiasi cosa per favorirlo. Come direttore del TG1 ne ha finalmente la possibilità.

Ecco quindi che scoppia lo scandalo "BariGate"- per farla breve:
Giancarlo Tarantini (un uomo che a vederlo assomiglia a Fabrizio Corona) è un imprenditore ambizioso: gli piace fare affari con i "grandi" (in questo assomiglia a Fabrizio Corona, Ricucci o Follieri, quello che stava con Anne Hathaway) e per essere agevolato negli affari (secondo l'accusa) ha offerto feste divertenti con ballerine, modelle ma soprattutto escort a personalità importanti... e chi è il VIP più allupato d'Italia? Esatto, sempre lui; infatti una escort pugliese, Patrizia D'Addario, ha partecipato a 2 feste con il signor B. La prima volta non fu pagata, così decise di registrare tutto la seconda volta, per poter ricattare il premier. E quello che c'è in quelle registrazioni è sconcertante: leggete qui. Certo, è stata una carognata: ma grazie alla quale ci sono prove innegabili (foto, video, registrazioni) che Berlusconi è una persona immorale; e il caso D'Addario non può essere certo un caso isolato.
Tutta la stampa estera ne parla, e anche i giornali più importanti e indipendenti d'Italia: Corriere della Sera e Repubblica.
E cosa rispondono i berluscones? che la vita privata del Premier non è affare di stato, e che stiamo violando la sua privacy - come se aver vinto le elezioni fosse la giustificazione per qualsiasi cosa, non possiamo pretendere che il capo del governo abbia anche un comportamento non dico esemplare ma almeno decente.
E che ne dice l'avvocato di Berlusconi, Ghedini? Che "Berlusconi non è incriminabile, dopotutto è stato solo l'
utilizzatore finale della prostituta... e che comunque di donne può averne gratis quante ne vuole"...
...tipo Noemi? :D

Ma torniamo a parlare del nostro eroe, Minzolini: incomprensibilmente, il TG1 si "dimentica" di parlare di tutta questa storia... silenzio; preferisce parlare del "rischio di prendersi un'otite, adesso che arriva la bella stagione, se un granello di sabbia ci entra nell'orecchio"...
Anzi, peggio del silenzio, il capovolgimento delle cose:

...e subito dopo il servizio, ecco partire questo "messaggio del direttore" (in realtà, se fate attenzione, sta leggendo da un gobbo presumibilmente posto a destra della videocamera)

E dire che "il politico non ha un privato"... e noi dovremmo fregarcene se il nostro presidente rischia di rivelarsi (oltre che un delinquente piduista mafioso sessista arrogante bugiardo) pure un gran puttaniere? Ma come si può fare finta di niente? sono tutti "complotti della sinistra"? O magari è la verità dei fatti?
Un'inchiesta giudiziaria non è gossip. Bisogna rispettare i giudici, il loro lavoro, e non ridurli a pedine di un "complotto" invisibile, o a pazzi, o gossippari. Piuttosto, è Minzolini il vero gossipparo (come ha giustamente detto Di Pietro).

Minzolini ci fa rimpiangere Riotta.

venerdì 3 luglio 2009

asd

Si è conclusa senza un nulla di fatto la vicenda giudiziaria che vedeva lo storico senatore democratico del Nebraska, Ernie Chambers, schierato contro nientemeno che Dio, responsabile a suo dire di aver diffuso nel mondo paura e terrore. Il procedimento contro l’Onnipotente, a dire il vero, non ha mai preso il via in quanto Dio non ha alcun indirizzo al quale poter notificare l'avvio della causa. Marlon Polk, un collega di Chambers, è stato pertanto costretto a respingere il procedimento: un imputato ha infatti diritto di conoscere le eventuali cause pendenti nei propri confronti.
Dio è già a conoscenza della querela quindi deve presentarsi in aula - Ma il 71enne Chambers, ormai prossimo alla pensione, ritiene che vi sia un errore di fondo in questa decisione e promette per questo di tornare all’attacco. “Il tribunale riconosce l’esistenza di Dio – ha commentato l’ardito senatore – questo significa che deve riconoscere anche l’onniscienza di Dio. Poiché l’Onnipotente sa tutto è di certo informato anche della querela”. Il senatore, definito da molti dei suoi colleghi "l'uomo di colore più arrabbiato dello Stato”, Dio e tutti i suoi seguaci, sarebbero responsabili "delle continue minacce terroristiche, con conseguenti danni per milioni e milioni di persone in tutto il mondo".
Onnipotente colpevole di aver distribuito documenti che servono a trasmettere paura al fine di ottenere obbedienza - Nel documento depositato dal senatore vengono attribuiti a Dio anche "terremoti, uragani, guerre e nascite di bimbi con malformazioni". L’Onnipotente è accusato di aver "distribuito, in forma scritta, documenti che servono a trasmettere paura, ansia, terrore e incertezza, al fine di ottenere obbedienza" da parte degli uomini. Secondo Chambers tutti questi crimini sarebbero addirittura certificabili, in quanto “per conoscerli è sufficiente leggere la storia personale di Dio”.
Trenta giorni per presentare ricorso - Chambers, che ora avrà esattamente 30 giorni per riflettere ed eventualmente presentare ricorso contro la decisione d’archiviazione del caso, ha spiegato di aver avviato questo procedimento per dimostrare che "tutti possono avere accesso a una corte, indipendentemente dal fatto se siano ricchi o poveri" e per sottolineare che "ognuno può essere citato in giudizio". Il suo obiettivo era di ottenere dai giudici una diffida, in cui si sarebbe dovuto sollecitare Dio a interrompere ogni genere di "minaccia" sul mondo.

sabato 13 giugno 2009

mercoledì 3 giugno 2009

la scuola non è laica

Un professore allontanato per due mesi dall'insegnamento perchè chiede con un sondaggio, se l'ora di religione veniva trovata utile,

sono dell'idea che l'ora di religione alle medie sia inutile al 100% trattandosi di puro e semplice catechismo,
al liceo potrebbe essere un momento interessante se il corso fosse tenuto da persone adatte,
come adesempio sociologhi o filosofi, che possano trattare temi veri, l'integrazione, il siginificato culturale delle religioni, il dialogo tra le diversità, etc.
la cara vecchia educazione civica insomma;
forse al posto dell'ora di religione ne basterebbe una di filosofia in più e tutto sarebbe a posto.


avete notato cari lettori (se esistete ancora) che ci siamo fatti una vita vera e non perdiamo tempo sul blog?

lunedì 27 aprile 2009

riflessione sul 25 aprile

ringrazio Didomistico per avermi girato queste, come definite da lui, parole interessanti:

Marco Revelli

Le piazze rubate
del 25 aprile

Non c’è, oggi, nulla da festeggiare. Né tantomeno da condividere. Sarebbe ipocrisia non dirlo.
Dobbiamo ammetterlo. Con angoscia. Ma anche con quel po’ di rispetto che merita ancora la verità: il 25 aprile è diventato una “terra di nessuno”. Un luogo della nostra coscienza collettiva vuoto, se ognuno può invitarvi chi gli pare, anche i peggiori nemici della nostra democrazia e i più incalliti disprezzatori della nostra resistenza. E se ognuno può farvi e dirvi ciò che gli pare: usarlo come tribuna per proclamare l'equivalenza tra i partigiani che combatterono per la libertà e quelli della Repubblica di Salò che si battevano con i tedeschi per soffocarla, come va ripetendo l’attuale ministro della difesa. O per denunciarne – dopo averlo disertato per anni - l’ ”usurpazione” da parte delle sinistre che se ne sarebbero indebitamente appropriate, come l’attuale grottesco e tragico presidente del Consiglio.
O ancora – in apparenza l’atteggiamento più nobile, in realtà il più ambiguo ma anche il più diffuso – per riproporre l’eterna retorica della “memoria condivisa”: quella che in nome di un’ Unità della Nazione spinta fino ai precordi dell’anima, all’interiore sentire, vorrebbe cancellare – anzi “rimuovere”, come accade nelle peggiori patologie psichiche – il fatto, “scandaloso”, che allora, in quel 25 aprile, ma anche nei durissimi decenni che lo precedettero e prepararono, si scontrarono due Italie, segnate da interessi e passioni contrastanti, da valori e disvalori contrapposti. Due modi radicalmente in conflitto tra loro, di considerarsi italiani.
Un’Italia, da una parte, in origine spaventosamente minoritaria, sopravvissuta nei reparti di qualche fabbrica, nei quartieri operai delle grandi città, lungo i percorsi sofferti dell’esilio, nelle carceri e nelle isole del confino (quelle di cui il “premier” parla come di luoghi di vacanza): un’Italia quasi invisibile, fatta di inguaribili eretici, di testardi critici ad ogni costo, anche quando le folle plaudenti sembravano dar loro torto, di gente intenzionata a “non mollare” anche quando il “popolo” stava dalla parte del despota, di “disfattisti” contro la retorica di regime, anche quando le legioni marciavano sulle vie dell’Impero… L’Italia, insomma, dei “pochi pazzi” che, come disse Francesco Ruffini, uno dei pochissimi professori che non giurarono, deve in modo ricorrente rimediare agli errori fatali dei “troppi savi”… E dall’altra parte l’Italia, sempre plaudente dietro qualche padrone, delle folle oceaniche, degli inebriati dal mito della forza e del successo, dei fedeli del culto del capo. L’Italia “vecchissima, e sempre nuova dei furbi e dei servi contenti”, come scrisse Norberto Bobbio: quelli che considerano la critica un peccato contro lo spirito della Nazione, e la discussione un lusso superfluo.
Vinse la prima: il 25 aprile sanziona appunto quella insperata, impossibile vittoria. E vincendo finì per riscattare tutti, permettendo persino, con quella sua sofferta vittoria, all’altra Italia di mascherarsi e di non fare i conti con se stessa. Sicuramente di non pagare, come avrebbe meritato, i propri crimini ed errori. Ma con ciò il dualismo non scomparve: rimase comunque un’Italia che si identificò con la Resistenza, e una che mal la sopportò e l’osteggiò. Una che si sforzò di continuare l’opera di bonifica contro quell’espressione dell’”autobiografia della nazione” che è stato il fascismo, e un’altra che, sotto traccia, in quell’autobiografia ha continuato a riconoscersi. Un’Italia che stava (fino a ieri pubblicamente) con i suoi partigiani, e un’altra che continuava (fino a ieri privatamente, o quasi) a diffidarne, se non addirittura a rimpiangere il proprio impresentabile passato.
Ora quella “seconda Italia” (fino a ieri forzatamente in disparte, per lo meno nel giorno dell’anniversario) ha rialzato la testa. Si è dilatata nello spazio pubblico fino a occuparlo maggioritariamente. E ha rovesciato il rapporto. L’autobiografia della nazione è ritornata al potere. Non solo ha ripreso pubblicamente la parola, ma ha ricominciato a dettare l’ordine del discorso. A rifare il racconto pubblico sul nostro “noi”. Tutto il frusto dibattito di questi giorni sul nuovo significato del 25 aprile si svolge all’insegna di quella domanda di “ricomposizione” delle fratture, che nel fingere di “celebrare” le scelte di allora in realtà le neutralizza e offende. Di più: ne rovescia radicalmente il segno.
Ci sta alle spalle un mese in cui abbiamo assistito a un clamoroso tentativo d’imporre, con la logica dell’emergenza, un clima asfissiante di rifiuto della critica e di esaltazione del culto del capo; in cui il sistema dell’informazione ha raggiunto vette di servilismo imbarazzanti; in cui l’opposizione, ridotta a fantasma, ha balbettato o si è adeguata. Come non vedere quanto l’appello alla “memoria condivisa”, in questo contesto, suoni sostegno a quella stessa domanda di unanimismo che sta dietro ogni logica di regime? Quanto essa risponda a quella sorda domanda di far tacere le differenze e le dissonanze che costituì il vero “male oscuro” delle nostre peggiori vicende nazionali?
Per questo – per tutto questo – per la prima volta, nei sessantaquattro anni che ci separano dall’evento che si dovrebbe festeggiare, le piazze ci appaiono perdute. In esse non ci troviamo più a casa nostra, non tanto e non solo perché i nostri avversari hanno prevalso (questo accadde anche nel 1994, e il 25 aprile in piazza ci fummo, eccome!). Ma perché una delle due Italie, quella che aveva riempite quelle piazze come luoghi di una democrazia faticosamente presidiata, non c’è più. La sua voce si è affievolita, fin quasi al silenzio, per oblio delle proprie radici, incertezza sulle proprie ragioni, pigrizia mentale… Per insipienza degli uomini e fragilità del pensiero. Non andremo al mare, in questo giorno. Questo no. Ma in montagna forse sì, lì idealmente si dovrebbe ritornare, dove l’aria è più fine e favorisce la riflessione e il pensiero. Sul mondo nuovo che stentiamo a capire. E su di noi, che ci siamo smarriti. Ne abbiamo un impellente bisogno.
Marco Revelli

e infine, Alex Chiu, il nostro santo patrono!